Cantiamo la Vita

Festival Italiano di Musica per la Vita

premiovita

Prefazione a Vite salvate (a c. di Gianni Mussini, Interlinea edizioni, Novara 2002)

Aiutare a vivere, non solo a nascere

Alcuni anni fa, se il telefono di casa mia, a Trieste, fosse stato messo sotto controllo e qualcuno si fosse tolto lo sfizio di ascoltare quelle registrazioni, questi sarebbe rimasto ogni tanto perplesso e sorpreso (e, se si fosse trattato di un pudibondo moralista, scandalizzato) di certe telefonate, in cui si parlava, senza morbosi compiacimenti ma senza reticenze puritane, di situazioni anomale, anche brutali e perverse, di violenze e di umiliazioni scabrose. A parlarne erano due donne: Marisa Madieri, mia moglie da quale per tanti anni è stata una presenza fondante del Cav di Trieste, che ora dopo la sua morte porta il suo nome) e suor Luciana, che allora dirigeva, con carità straordinariamente intelligente e spregiudicata, la Casa dell’Accoglienza, spesso un primo rifugio per le donne incinte o neo madri che stavano portando o avevano portato a termine la loro gravidanza tra mille difficoltà d’ogni genere, psicologiche e materiali, e talora non avevano nemmeno un tetto per sé e per il loro bambino. In attesa di altre, di vere e proprie sistemazioni problema di cui il Cav si occupava e si occupa moltissimo la Casa dell’Accoglienza offriva una prima ospitalità, materialmente più che decorosa e in un’atmosfera di gaia e festosa amicizia, di quella gagliarda e picaresca allegria cristiana che Chesterton considera giustamente un volto irrinunciabile della vera carità, mai piagnona né repressiva o auto repressiva.

Ogni singolo caso veniva discusso e, fra i tanti, ce n’erano anche alcuni da film a luci rosse o meglio, c’erano alcune di quelle situazioni che i film a luci rosse falsificano, tingendo di rosa anche rapporti di asservimento e violenza (la pornografia è spesso sentimentale, così come il retorico sentimentalismo è spesso pornografico, anche senza saperlo). Alcune di quelle donne ancora più coraggiose e stimabili nella loro volontà di non abortire vivevano in unioni (poco importa se santificate o no dinanzi all’altare) che erano di fatto una serie di stupri e di maltrattamenti feroci, erano costrette a prestazioni sessuali aberranti, subivano brutalità d’ogni genere. Naturalmente questi casi estremi erano assai pochi, ma erano affrontati e accolti col medesimo slancio, con la medesima disponibilità e fermezza con cui erano vagliati e aiutati tutti gli altri. E l’aiuto prestato a queste madri in particolarissime difficoltà non si limitava naturalmente a offrire loro assistenza. Venivano aiutate con estrema discrezione e sempre nell’assoluto rispetto della loro libertà e dei loro desideri a ricostruire, per sé e per il proprio bambino, la loro vita, a trovare una vita diversa, a riscoprire che (come ho sentito dire, origliando quelle telefonate) il primo dovere morale è quello verso la propria dignità e dunque a uscire da situazioni di schiavitù, a rompere vincoli di indegna sudditanza, fossero o no matrimoniali. In tal modo spesso non era una sola vita, ma erano due vite a nascere.

Perché ricordo quelle telefonate di quelle due donne dalla lucida e spavalda carità, che l’imperscrutabile volontà di Dio o la cecità del caso ha portato entrambe via, chissà dove? Le ricordo perché è assai importante sapere che la malconosciuta e grande attività del Cav non consiste, come molti credono, soltanto in una testimonianza del valore della vita e in un’esortazione a rispettarla, non si limita a predicare questo valore e nemmeno a essere spiritualmente vicini a chi ha difficoltà ad accettarlo e ad aiutare chi si trova in queste difficoltà a fare la giusta scelta.

Il Cav fa molto, molto di più; fa qualcosa che è molto più importante. Se il Cav si limitasse a una buona parola che esortasse a non abortire, il suo ruolo benintenzionato sarebbe “falso come quello di un oratore ufficiale”, come Strindberg diceva di Bjornson. Non occorre la fede, preziosissima ma in questo caso non necessaria, basta la virtù laica della chiarezza e della logica razionale per sapere che ogni essere umano, in ogni fase anche debolissima della sua esistenza, ha diritto alla soprawivenza e a vivere nella dignità. Chi sa questo, sa pure che non basta aiutare un individuo a nascere verbo che del resto significa assai poco, perché indica un momento, certo importante, della vita di un individuo (i nove mesi? sette? talvolta meno?), il quale esiste prima e dopo quel momento, che viene uffieializzato come il giorno del suo compleanno. Occorre aiutare un individuo a vivere ed è questo che fa il Cav.

I volontari del Cav non fanno propaganda demografica. Non pensano nemmeno necessariamente che sia meglio avere figli piuttosto che non averne; non è detto che debbano professare un generico e retorico culto della vita, che è molto dubbio e comunque discutibile se sia un bene. I volontari del Cav semplicemente cercano di aiutare i figli che già ci sono e i genitori che non vogliono perderli; rispettare i viventi, coloro che per grazia o per disgrazia vengono messi al mondo senza averlo chiesto e hanno diritto, come tutti, alla solidarietà di tutti, mandati come loro a recitare nel grottesco teatro del mondo. Non l’astratto incensamento della Vita, ma il concreto rispetto e amore del fratello vivente muove la straordinaria, generosa, illuminata opera del Cav.

Naturalmente ognuno sa che un individuo viene tanto più amato quanto più la sua umanità si è sviluppata e quanto più la sua esistenza si intreccia a quella degli altri: si prova più dolore per la morte di un figlio di dieci anni che per quella di un figlio nato da due giorni o da due ore o di un embrione di otto mesi; si soffre di più se la propria madre muore a quarant’anni che non se muore a ottantasette. Ma guai far dipendere il diritto di un individuo alla soprvvivenza dall’amore e dall’affetto che altri hanno per lui o, peggio ancora, dalle sue capacità e dalle sue prestazioni. Se si ragionasse in questo modo, si finirebbe per considerare meno degni o indegni di vivere tutti i disabili, i malati, i deboli, i dannati della terra che l’età, la sventura o l’oppressione mutilano nelIa loro umanità, non per questo meno creata a immagine e somiglianza di Dio.

Il Cav professa e traduce in pratica questo concreto solidale rispetto dell’individuo in ogni fase della sua esistenza, questo concreto amore cristiano del prossimo che significa pure tutela democratica e civile dei diritti di ogni cittadino. Questa solidarietà non può certo limitarsi e, come dimostra l’attività del Cav, non si limita al momento della gravidanza e della nascita. L’individuo che nasce e tanto più chi nasce fra difficoltà che avrebbero potuto stroncare la sua esistenza va aiutato e seguito, come ogni bambino, insieme ai suoi genitori finché ne ha bisogno. Il Cav si preoccupa di assistere genitori per lo più, ma non soltanto, madri sole e bambini; di trovare loro casa, lavoro, sostentamento, di occuparsi dei bambini affinché la madre possa dedicarsi al lavoro.

Grazie all’attività di Marisa, ho visto in questi anni non solo nascere, ma crescere ragazzi e ragazze; li ho visti venire aiutati nelle scelte scolastiche e tante volte diventare, come le loro madri, persone di famiglia, il cui affetto e la cui amicizia per me sono, adesso, non meno importanti del nostro per loro. Il tempo passa e quelle ragazze e quei ragazzi cresciuti sono per me e per i miei figli come nipoti e fratelli o cugini, persone di casa, e le loro madri sono amiche di famiglia, presso le quali ci capita spesso di mangiare qualche ottimo pesce, visto che negli anni hanno imparato a conoscere il nostro gagliardo amore per la buona tavola e il buon bicchiere, i nostri gusti.

Naturalmente non tutte le storie finiscono bene, perché la sventura, lo sbandamento, l’errore e la morte sono sempre in agguato, per chiunque, in questo mondo il cui artefice sembra ogni tanto così distratto. Ricordo lo straziante dolore di una madre che aveva lottato con tanto coraggio, contro ostacoli durissimi, per tenere il suo bambino, che era sempre più felice di averlo e di vederlo crescere e lo vide, due anni dopo, morire per una banale malattia. Come ha scritto Karl Rahner, il grande teologo gesuita, il Dio che salva i bambini non esiste. Credere in Dio non significa confidare che egli accolga le nostre preghiere, ma credere che ci sia un senso e un disegno anche quando ciò che gli chiediamo nel nostro grido non ci viene dato.

Per dare un idea adeguata dell’attività del Cav sarebbero state dunque opportune e necessarie anche altre testimonianze, relative non solo al momento della gravidanza e della nascita, ma anche a quello successivo, dell’infanzia e dell’adolescenza dei bambini aiutati a vivere. Il Cav disse una volta Marisa a un assessore della sanità del Friuli Venezia Giulia, dal quale si era recata insieme ad alcuni colleghi del Cav di Trieste per chiedere l’assegnazione di un piccolo appartamento delle case popolari a una ragazza madre e a suo figlio opera secondo l’auspicio della legge 194, la quale invita a cercare di evitare l’aborto rimuovendo le cause e superando le difficoltà che spingono nella sua direzione; non va a dare consigli non richiesti) ma accoglie e aiuta le donne che desiderano non abortire nonostante gravi difficoltà.

L’assessore, in uno slancio di sincerità dovuto all’inconscia presunzione di trovarsi davanti a dei poveracci che mai avrebbero potuto far conoscere in un ambito più vasto quelle imprudenti parole e dunque certo che esse non sarebbero mai uscite da quella stanza rispose che quella parte della legge era, diciamolo pure inter nos, qui lo dico e qui lo nego, pura ipocrisia. Venuto a conoscenza di quelle sue parole gli telefonai, chiedendogli di confermarmele perché gli dissi, inventandomelo di sana pianta volevo citarle in un articolo sul “Corriere della Sera”. Terrorizzato dalle conseguenze politiche di quella citazione, l’assessore mi fece rispondere dalla sua segretaria che era onoratissimo e felice di incontrarmi, ma che in quel periodo era tanto occupato, e che però sperava di vedermi. Allora cominciai a telefonare ogni mese alla sua segretaria, dicendole che, a mia volta onorato dal desiderio dell’assessore di incontrarmi, ero a sua disposizione e attendevo l’appuntamento. Per il povero assessore braccato devo essere diventato un incubo; gli ho mandato perfino una cartolina dalle foci del Danubio, dicendogli che lo pensavo e mi allietavo del nostro prossimo incontro. Deve essere stato un sollievo, per lui, sparire dalla scena politica, nel generale ribaltone della Prima Repubblica. Il Cav ha dato dunque anche a me, come ai bambini di cui si occupa, la possibilità di giocare. E giocare, si sa, è una delle cose più serie che possiamo fare nella vita.